L’INTERVISTA: GIORDANO MAIOLI

A sinistra Giordano Maioli in coppia con Vittorio Crotta durante un match di Coppa Davis.

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L’antidivo per antonomasia è rimasto tale. Ed è per questo che (ci) sta così simpatico. Parla al telefono dalla Sardegna come se fosse a Lavagna (nulla da togliere all’amatissimo borgo ligure; ma chi va in spiaggia in Sardegna, spesso, ha qualche snobbismo in più). Taglia corto sulle chiacchiere, e proprio non ama perdere tempo. Se fai una battuta, però, la capisce; fatto raro, di questi tempi, dove tutti sanno tutto. Ex nazionale, ex speranza. Ma Giordano Maioli, già tricolore per la quinta volta quando non aveva neppure 30 anni, non ha mai avuto un rimpianto. Una vita sempre alla battuta. Così, quando gli chiediamo di commentare la fotografia in bianco e nero qui sopra anche la stessa intervista ha il ritmo di quella pallina che salta al di là della rete, poi torna, è gialla, non farla cadere, tieni l’equilibrio. E lui stesso, in foto, sembra ballare.

Si guardi: sembra davvero danzare. E chi è quello di fianco a Lei, Giordano?

“Vittorio Crotta, ne sono certo. Occhio e croce, siamo alla Coppa Davis. Italia-Lussemburgo, 1967 mi pare: la Davis. Avevo conquistato il punto decisivo in doppio in coppia con Crotta, appunto. E, guardi, avevo 24 anni”.

A 24 anni, il mondo è in bianco e nero. Come nella fotografia. Cosa voleva dire avere 24 anni e vivere l’Olimpo del tennis?

“Ci vieni catapultato, lì dentro. Sei giovane, hai la fortuna di avere un certo tipo di risultato. Ti abitui, anche se di fatto non ti ci abitui mai, realmente. Vivi quei momenti come se fossero capitati dal Cielo. Come in effetti poi è. Il resto è ansia, trepidazione, e anche tanta emozione. Quella me la ricordo bene”.

Siamo alla Coppa Davis. Chiudiamo gli occhi per un momento. Prima immagine o sensazione…?

“Il pubblico. Mi carica. Ci sono migliaia di persone. Sento che sono emozionate quanto me. Ho paura di deluderli. Ma penso sia normale, se dovesse accadere… Fa parte dei giochi”.

Riapriamo gli occhi e torniamo ad oggi. L’agonismo è cambiato?

“No, quello no. La professionalità, invece, è cresciuta. E sostanzialmente per due fattori. Il primo è stato l’avvento della televisione, massiccio, al pari di quello, poi, di Internet. La televisione ha portato con sè il denaro. A Wimbledon io prendevo 10 sterline di rimborso. Oggi uno che arriva a quei livelli, a Wimbledon intendo, prende 80mila sterline. Tutto questo sistema ha spinto il tennis verso una professionalizzazione maggiore del giocatore e dello sportivo. Anche noi eravamo professionisti, certo, ce la mettevamo tutta. Ma ufficialmente eravamo sempre “dilettanti”, in termini di compensi”.

Quando lei era giovane il tennis era poco “mediatico”?

“Assolutamente sì. Ai miei tempi, la televisione si occupava di tennis solo nelle grandi occasioni. Adesso in tv trovi addirittura un canale dedicato 24 ore su 24…”.

Senta, me lo lasci dire, almeno perché possa sconfessare una leggenda sul Suo conto: io nella foto qui riportata ci vedo sempre il ragazzino che giocava a ping-pong. Ma nel senso più bello, popolare e popolano del termine. Non si offenda…

“E perché mai dovrei? Quella è la verità. Nessuna leggenda. Io ho iniziato così. Ne vado ancora fiero. Ho vinto a 14 anni il campionato provinciale di ping-pong. Erano coinvolte tutte le parrocchie. Un anno giocammo pure nel salone di palazzo Gotico, ai campionati italiani. Noi ragazzini nati e cresciuti qui in città non avevamo il telefonino o altre diavolerie. Ci divertivamo così. Vero anche che mio papà, Giuseppe, amava il tennis. E io ero il suo raccattapalle. Poi, beh, ho superato il maestro” (sorride).

La vita da giovane sportivo la portava a molte rinunce?

“No, no. Per diplomarmi non ho giocato tre mesi, addirittura. La mia famiglia voleva che studiassi. La scuola, il liceo scientifico, doveva venire sempre al primo posto. Smettere di studiare a 14 anni, perché ci si pensa campioni, come fanno in troppi oggi, è sbagliato. Io la penso così”.

C’è qualcosa di cui si è pentito?

“Di aver smesso presto, troppo forse. Ho piantato tutto quando ero all’apice della carriera. Poco dopo quella foto. Sarei altrimenti entrato nel mondo del lavoro tardi. E l’universo del tennis allora non portava guadagno concreto. Volevo aiutare la mia famiglia. Però rinunciare a viaggiare nel mondo è stato un sacrificio, sì. Ero stato anche in Sud America, un mese e mezzo. Pazienza, sono andato a lavorare tra i bottoni, a Piacenza. Poi sono passato all’abbigliamento sportivo. Si vede che il cuore batteva lì. Sia chiaro, però. Non ho nessun rimpianto. Mai”.

Mi dica allora ciò di cui va più orgoglioso, guardando quella foto. Lo dica pure al ragazzo che era…

“Sono orgoglioso del fatto che quel ragazzo sia riuscito a costruire rapporti sani e solidi con tanti, nel mondo del tennis. Questo, se posso dirlo, mi rende fiero di me”. Non è scontato, a certi livelli. Non ha “fregato” nessuno, Giordano. “Già”.

 

Articolo di Elisa Malacalza
tratto dal quotidiano Libertà

 

Giordano Maioli è nato a Piacenza il 29 settembre del 1943. E’ stato campione italiano juniores per due anni consecutivi e nel 1966 ha vinto i campionati italiani assoluti di tennis. Nel doppio è stato quattro volte campione italiano. Ha vinto il titolo, due volte, anche nel doppio misto. In carriera ha conquistato sei medaglie alle Universiadi e ha giocato 19 volte in Coppa Davis. Nel 1972 è stato capitano non giocatore della nazionale. Attualmente è direttore generale de L’Alpina Maglierie Sportive, azienda che produce abbigliamento sportivo con il marchio Australian.

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